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VALSASSINA CULTURA
La pesa vegia a Bellano (testo di Pietro Pensa)

Tra i festeggiamenti dell’Epifania il più singolare è certamente quello di Bellano, ovunque conosciuto con il nome di pesa vegia (pesa vecchia). Si riallaccia ad un avvenimento civile, neppure molto lontano, del primo anno del regno d’Italia.
Nella seconda metà del 1861 da parte del prefetto di Como veniva comunicato ai sindaci della provincia che a partire dal 1862 in tutto il regno si sarebbe dovuto adottare il sistema metrico decimale. Grave ed urgente problema per il nuovo Stato era infatti quello di uniformare le svariatissime misure che sino ad allora, una diversa dall’altra, vigevano nelle regioni dei precedenti Stati da cui era composta la penisola. Un tentativo di introdurre il sistema decimale, in verità, si era già verificato in Italia ai tempi di Napoleone, ma, poco convinto della sua validità lo stesso imperatore, era presto naufragato. Per tale ragione i bellanesi, in gran parte bottegai e mercanti, pensarono che anche questa volta le disposizioni sarebbero finite in nulla e non si diedero la pena di istruirsi con le nuove unità. Se non che a fine anno il prefetto confermò che con il primo gennaio 1862 il decreto sarebbe entrato in vigore.
I commercianti, preoccupatissimi, si riunirono in municipio e delegarono due di loro e due rappresentanti del comune a recarsi a Como per ottenere dal prefetto un rinvio. I quattro partirono con la gondola del corriere Vitali. La sera del 5 gennaio i bellanesi, ansiosi dell’esito della missione ed anche dal vedere il lago non troppo tranquillo, si fecero alla riva presso lo sbocco della Pioverna, scrutando l’arrivo della barca. Quando questa fu finalmente in vista e a portata di voce, uno gridò: «Pesa vegia o pesa nova?» e quelli: «Pesa vegia». Fu un esplodere di esultanza e tutti, mettendo insieme la rappresentazione scenica dell’arrivo dei Re Magi, in corteo percorsero le vie del borgo.
Tale è l’avvenimento storico che diede origine alla festa. Me lo narrò mio padre che a sua volta lo aveva sentito raccontare dal mio nonno, reduce dalla campagna di Sicilia proprio allora. Lo confermò, d’altronde, Carlo Maglia, vecchio bellanese, in un breve scritto del 1933 che così conclude: «Da quell’anno e da quella circostanza, la sagra della pesa vecchia qui si tramanda e si ripete ancora con le stesse usanze, costumi e canti popolari».
Purtroppo, poi, ad opera di qualche innovatore di cattivo gusto, una così garbata tradizione fu mutata ed oggi, anziché veder giungere la barca con quei nostri cari bisnonni vestiti della festa, attesi dai compaesani e dalle donne nel bel costume di allora, in un’atmosfera ancora risorgimentale, si vede arrivare una gondola di micheletti spagnoli alabardati che marciano sino alla piazza del municipio dove viene letto un presunto decreto del 1666 che concede di mantenere le antiche misure, in un buffonesco linguaggio tra lo spagnolo e l’italiano, con tanto di firma del famoso conte di Fuentes, la data della cui morte è antecedente di molti anni. Una somma, dunque, di ignoranza, di cattivo gusto e soprattutto di quel malvezzo nostro di vedere bello solo quel che porte l’impronta dello straniero! (testo di Pietro Pensa, da L’Adda, il nostro fiume, volume terzo)